Un pranzo da PizzAut il luogo dove a cibarsi sono soprattuto l'anima e il cuore
Ogni tanto anche una ad una realtà iper locale come la nostra giovanissima testata fa bene uscire dalla consuetudine e lasciateci dire che lasciare il territorio per entrare nell'universo PizzAut è stata un'esperienza potente che ha profondamente cambiato anche il nostro modo di osservare il mondo.
Un pranzo da PizzAut non è semplicemente sedersi a tavola. È entrare, senza preavviso, in un’esperienza che ti attraversa. Un viaggio coinvolgente, immersivo, a tratti spiazzante, che mette insieme mondi che fuori restano separati: l’autismo, la diversità, l’inclusione. Ma anche la sanità, la scuola, il lavoro, la politica. E soprattutto, la dignità.
Quello che Nico Acampora ha costruito è qualcosa che ancora oggi sfugge a una piena comprensione. Non perché sia complicato, ma perché è profondo. Così profondo da risultare, per certi versi, rivoluzionario. Non è un caso che sia stato invitato perfino alle Nazioni Unite per raccontarlo. E nel suo stile, non è andato lì per celebrare se stesso, ma per portare PizzAut, per farlo vedere, toccare, vivere.
Ma andiamo con ordine.
Entriamo. Il ristorante non è pienissimo, ma è già vivo. Ad accoglierci c’è proprio Acampora, con una naturalezza che disarma. Ci accompagna al tavolo, ci fa sentire attesi. Non clienti: ospiti. Subito incarica uno dei suoi ragazzi di seguirci.
Arriva Alessandro. Giovane, professionale, visibilmente emozionato ma presente. Ci spiega il menù, prende la comanda con attenzione. Nota il nostro bambino che dorme nel passeggino e, con una delicatezza che raramente abbiamo trovato altrove, si avvicina, sussurra due complimenti e si allontana.
Nel frattempo, la sala racconta altre storie.
C’è Lorenzo, che si presenta a ogni tavolo con orgoglio e naturalezza. Non recita un ruolo: entra in relazione. C’è Letizia, dolcissima, che accoglie un cliente abituale con un abbraccio sincero. C’è Alessandro che torna a sistemare e risistemare le posate con cura quasi rituale. E altri ragazzi che accolgono, spiegano, sorridono.
La felicità qui non è un dettaglio. È struttura.
Arriva come una carezza e poi diventa un’onda. Un’energia positiva che travolge. Un angolo di mondo in cui quelli che fuori chiamiamo “normali” entrano in punta di piedi, quasi abbassando la voce. Perché fuori il mondo corre, urla, compete. Qui dentro, invece, tutto si riallinea.
E la verità è che già così, senza aver ancora mangiato nulla, avevamo ricevuto più di quanto avremmo mai potuto pagare.
Poi arrivano le pinse, gli antipasti. Ma a nutrirsi continua a essere soprattutto il cuore.
Il nostro bambino si sveglia. Di solito è il segnale che è ora di andare. Ma succede qualcosa.
Nico Acampora prende il microfono.
E inizia a raccontare.
Parla degli inizi, e sembra una storia incredibile. Pubblica l’idea sui social — “il social dei boomer”, lo chiama con ironia — e insieme ai complimenti arrivano anche le bordate.
“Se pensi davvero di fare una cosa del genere sei più handicappato di quelli che vuoi assumere.”
“Se nessuno l’ha mai fatto, ci sarà un motivo.”
Ma il colpo più duro arriva in privato, da una neuropsichiatra:
“Lei è il solito papà frustrato che non accetta la condizione di suo figlio e sta costruendo un castello di illusioni che farà solo del male ai ragazzi.”
Acampora oggi sorride nel ricordarlo. Ha perfino classificato quelle reazioni: “i cattivi”, “gli scettici” e “gli ignoranti”. L’ordine, decidetelo voi.
Eppure proprio da lì è partito tutto.
Poi il racconto cambia tono. Si alleggerisce. Perché quando parla dei suoi ragazzi, commozione e ironia si intrecciano.
C’è chi è fissato con i numeri. Clienti indecisi chiedono di tornare dopo due minuti, lui torna dopo centoventi secondi esatti, Quando poi provano a correggere — “ripassa tra cinque…” — cerca Nico per digli che
“quelli normali sono strani… perché non dicono subito sette minuti?”
La sala ride. Ma è una risata che fa pensare, è un ribaltamento della normalità come siamo abituati ad intenderla, è un'esplosione e non sarà l'unica.
E poi l'aneddoto sulla tredicesima e la quattordicesima.
“Nico, no, non mi devi pagare… perché quei mesi non esistono.”
Risate. Poi la spiegazione. Poi l’accettazione, felice.
Perché sì, sarà pure autistico — come dice lui (Nico) con ironia — ma non è mica scemo.
E in queste storie c’è tutto:come dicevamo, il ribaltamento dei punti di vista, la logica che smaschera le nostre approssimazioni, la leggerezza che abbatte i pregiudizi.
Ma subito dopo il racconto torna a farsi duro.
Acampora parla della presa in carico sanitaria, di ragazzi inseriti in contesti chiusi, asettici, standardizzati quando invece l’autismo è una tavolozza infinita di sfumature. Racconta di farmaci usati troppo spesso come scorciatoia, di attività che riempiono il tempo ma non costruiscono competenze che non sviluppano relazioni, non costruiscono autonomia, non creano futuro.
E con loro, le famiglie, sempre con quella domanda addosso: cosa succederà dopo di noi?
Poi la scuola.
Il sostegno spesso assente o fragile, personale non sempre formato adeguatamente, non sempre scelto per vocazione. E non è solo una questione di sostegno. È una questione culturale e anche agli insegnanti dei ragazzi “normali” spetta una responsabilità: insegnare l’empatia verso i ragazzi diversamente abili che sono tanti e saranno sempre di più e a questo punto cita un dato spaventoso, l'incidenza dell'autismo, dati ufficiali parlano di un nuovo caso ogni 77 nati, numeri enormi, il tempo corre , urgono azioni concrete non chiacchiere vuote, non retorica
E quindi si rivolge direttamente ai ragazzi presenti:
“Voi avete due superpoteri: l’amicizia e l’amore. Usateli con i ragazzi autistici. Sarete i loro supereroi.”
Silenzio. Poi qualcosa cambia nell’aria.
E infine uno sguardo lucido e crudo su politica e Imprenditoria.
Tutti bravi a fare la giornata mondiale dell’autismo. Gli inclusion day. Le campagne. Ma quando si tratta di assumere davvero, quando la legge impone di inserire una persona con disabilità, troppo spesso si preferisce pagare una sanzione.
Pagare, invece di includere.
E allora sì, il mondo continuerà a essere ingiusto per questi ragazzi. E sì, fanno male — e fanno arrabbiare — istituzioni che non affrontano seriamente il tema lavoro e disabilità.
Perché la conseguenza è chiara: un ragazzo autistico non inserito oggi è un adulto destinato domani a un centro assistenziale, con costi altissimi per la collettività.
Potremmo cambiare. Ma manca la volontà.
Precisiamo che le parole di Nico che sono sempre dritte e dirette possono sembrare vuoti atti d'accusa solo ad un interlocutore disattento ma chi lo ascolta capisce molto bene e i fatti lo dimostrano che non sono parole, sono piuttosto un grido d'aiuto da parte di una persona che di aiuto potrebbe e vorrebbe darne per sviluppare altri progetti altre iniziative.
E mentre tutto questo viene detto, capisci che PizzAut è l’opposto di tutto questo lassismo e paraculismo istituzionale (concedetelo)
Qui i ragazzi lavorano davvero. Crescono. Sbagliano, imparano, costruiscono relazioni. Costruiscono un futuro.
Non sono definiti da ciò che manca.
Ma da ciò che sono.
E allora forse PizzAut non è solo “diverso”.
È fatto Di-versi
Fuori dagli schemi, ma capace di generare qualcosa che somiglia incredibilmente alla poesia. Una poesia concreta, fatta di turni, piatti, sorrisi.
E alla fine arriva una frase che mette tutto a fuoco.
Nel suo discorso di fine anno, Sergio Mattarella ha detto che nei sorrisi dei ragazzi di PizzAut si ritrovano tutti i valori della Costituzione italiana.
Poi ci vai.
E capisci che non è una bella frase.
È la pura e semplice verità.
E permetteteci di chiudere con un appello rivolto ad amministrazione comunale, dirigenti scolastici e docenti che dovessero leggerci, portate i vostri alunni , gli alunni dei nostri plessi da PizzAut per quanto avete letto sopra e perchè c'è davvero tanto bisogno di nuovi supereroi.
Questo è un articolo pubblicato il 24-04-2026 alle 11:17 sul giornale del 24 aprile 2026 - 107 letture
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